Lo confesso: quando, finalmente, ho saputo con certezza (abbastanza tardi, in verità) che sarei tornato a Ndola, in Zambia e, addirittura, più o meno negli stessi giorni dell’anno scorso, non ho fatto salti di gioia. Mi dicevo che se la nostra visita nello stesso posto e nello stesso periodo fosse stata del tutto identica a quella precedente, non avrebbe avuto senso e, per di più, avrebbe offuscato, banalizzandolo, il ricordo di quella che avevo sempre creduto, vivendola, sarebbe stata un’indimenticabile, unica e irripetibile esperienza. Non nego, però, contemporaneamente, che un desiderio abbastanza indeterminato e di viaggio in sé e per sé e di farmi travolgere nuovamente da quel vibrante flusso di emozioni che solo l’Africa sa trasmettere (non a caso lo chiamano il “mal d’Africa”) mi hanno spinto ancora una volta ad affrontare la spossante altalena di atterraggi e decolli, a sottopormi alle vaccinazioni e alle cure, a rifare mente locale al benché minimo ronzio di zanzara: cose tutte di cui avevo un ben preciso (e non troppo piacevole) ricordo fin dall’anno prima. In più, certo, la prospettiva di viaggiare, al ritorno,ancora un volta l’11 settembre non ci esaltava e, non tanto, forse, per un timore scaramantico, quanto per il senso incombente di quel tragico avvenimento che, per un verso o per l’altro, non poteva non avere cambiato il nostro modo di pensare ai viaggi, certo, ma anche al mondo. Immerso in questi (e altri) pensieri, insomma, siamo partiti da Bologna via Londra, per raggiungere, però, stavolta prima Nairobi. Del Kenya avevo sempre avuto l’idea come di un posto abbastanza esotico e divertente, quasi mitico, un posto da safari e da abbronzatura in riva al mare su spiagge tropicali bellissime, una specie, insomma, di paradiso del turista. Quello che ci siamo trovati di fronte, invece, è stata una città senza fine, sterminata distesa di baracche dal tetto in amianto addossate l’una all’altra a simulare strade, viuzze, piazze e quant’altro. Eccoli, dunque,alla fine, i famigerati slums di Nairobi. Sì, è vero: avevamo visto i compounds dello Zambia, ma, in fondo, quei rifugi a metà fra una casa e una capanna, fatti d’argilla e poco altro conservano ancora un che di familiare, per quanto esempi della povertà più estrema: hanno ancora, insomma, qualcosa di “artigianale”, qualcosa di “manuale” e, in fondo, di umano. La sensazione nello slum è molto di più quella del rifiuto industriale, della scoria, del sottoprodotto di scarto di una società meccanizzata ed efficiente. Ci assicurano che la povertà è qui, lievemente, inferiore che in Zambia e che le baracche sono meglio delle capanne di mattoni di argilla (spesso non cotta), ma la sensazione è quella dello choc culturale a vedere come i volontari della “Papa Giovanni XXIII” condividano fino in fondo la vita dei diseredati dello slum. Non sembra quasi possibile che giovani che hanno vissuto nella nostra società consumistica possano fare la siesta sotto un tetto di lamiere roventi. Dobbiamo, forse, ancora imparare fino in fondo quanta importanza siamo portati a dare ai beni materiali nella nostra vita quotidiana. Per tutti valga un episodio apparentemente insignificante: in uno dei pochi pranzi che abbiamo fatto, ospiti nella baracca dei volontari, un allegro pentolone fumante occupava la tavola, pieno di patate in umido. Abituati in Zambia a mangiare all’italiana, abbiamo pensato istintivamente al contorno e, per un istante, ci siamo aspettati un altro piatto magari di carne. No, dovevamo immediatamente ricrederci: quello era proprio il piatto principale, accompagnato soltanto dal chapati (una sorta di pane indiano, molto simile alla piadina). Ho colto in quel lampo di intesa e di delusione negli occhi dei miei commensali tutta la distanza che separa la nostra civiltà dell’abbondanza da questa società dell’indigenza. Il contrasto non potrebbe essere più forte, se si considera, al contrario, l’intensità con cui abbiamo visto i nostri ospiti vivere le loro relazioni sociali e la loro vita religiosa. Tanto più loro sono poveri di beni materiali tanto più sono portati a condividere e ad esprimere. Abbiamo partecipato ad un incontro dei responsabili del progetto Rainbow che ci è sembrato una via di mezzo fra una conferenza, una festa danzante e una kermesse. Quanto ci hanno rattristato gli slums, tanto ci hanno rinfrancato le manifestazioni di amicizia e di ospitalità delle persone che abbiamo visitato, la loro voglia di accompagnare anche coi gesti del corpo, con la danza, col canto ogni gesto, di rinforzare il senso di ogni atto o parola con l’espressione di un autentico trasporto. È una dimensione che, forse, noi abbiamo da troppo tempo dimenticato. Sempre in quest’ottica di contrasti abbiamo visitato il centro di Nairobi coi suoi edifici moderni e governativi, il traffico caotico e sgangherato di una metropoli africana, le grandi chiese, il mausoleo del primo Presidente rimasto in carica 14 anni e ancora una volta abbiamo sentito come qui tutto è più intenso ed elementare. Certo, due giorni e mezzo sono davvero pochi per dire di avere conosciuto seriamente qualcosa del Kenya, ma l’impressione è stata forte, forse indelebile: quando abbiamo ripreso l’aereo per lo Zambia abbiamo paradossalmente tratto un sospiro di sollievo, sapendo che andavamo verso lidi più conosciuti, verso una realtà che, per quanto radicalmente diversa dalla nostra, era per noi quasi familiare. È stato bello rivedere gli amici che avevamo conosciuto l’anno prima, rivisitare il Franciscan Centre e i molti volontari della “Papa Giovanni XXIII” a Ndola. Ancora più gratificante vedere che le offerte dei parrocchiani dell’Osservanza hanno prodotto qualcosa di veramente bello e utile. Sapevo che l’anno prima eravamo partiti dall’idea di partecipare all’acquisto di una casa per i ragazzi di strada, ma che, poi, ci eravamo orientati sull’acquisto di un’automobile per i volontari. È stato, perciò, emozionante viaggiare a bordo di un fuoristrada con su scritto “Parrocchia dell’Osservanza di Cesena”. È su questo fuoristrada che abbiamo percorso i chilometri che separano il compound di Kantolomba, attraverso un interminabile cimitero di fosse appena scavate disordinatamente nella terra rossa, dalla scuola che è stata costruita coi fondi raccolti dalla nostra parrocchia. È con grande sorpresa che abbiamo dovuto presenziare e, anzi, presiedere ai festeggiamenti per l’inaugurazione della scuola, comprensivi di danze allegoriche e dono di cereali e di una gallina faraona. Un’apposita targa ricorderà ai posteri il fatidico evento. Le cerimonie non sono, però, finite, perché nel pomeriggio con altrettante feste abbiamo dovuto inaugurare ben due pozzi, sempre costruiti coi fondi donati dalla Parrocchia dell’Osservanza. La costruzione di questi semplici pozzi rappresenta per gli abitanti della zona la possibilità di avere l’acqua vicino a casa e non dovere fare a piedi due ore di cammino per avere di che bere e lavarsi. Insomma, per una volta abbiamo potuto, grazie alla generosità dei Parrocchiani, sentirci fieri. Dopo due giorni di intensi festeggiamenti, abbiamo ripreso il nostro viaggio per Livingstone, la città delle cascate Vittoria, ex-capitale dello Zambia, al confine con lo Zimbabwe. Qui abbiamo potuto finalmente sperimentare da vicino le imponenti bellezze naturali dell’Africa: la savana, il fiume Zambezi e “Musy-o-Tunia”, il “fumo che tuona” ovvero le cascate che sono fra le più famose del mondo. È stata l’ultima grande emozione prima di riprendere la strada di casa.
Kenya-Zambia, 3-12 settembre 2002
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